Abete: "Il calcio non è industria, ma grande fenomeno sociale. Il CONI non è più il centro, ora conta Sport e Salute"

22.06.2026 14:45 di  Redazione Tuttoreggina  Twitter:    vedi letture
Abete: "Il calcio non è industria, ma grande fenomeno sociale. Il CONI non è più il centro, ora conta Sport e Salute"
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© foto di Mario Giglio/TuttoPalermo.net

Giancarlo Abete, presidente della LND e candidato presidente della FIGC, ha parlato nel corso dell'Assemblea e tra i temi citati quello riguardante il calcio come fenomeno sociale e non solo economico:

"Parlo anche da orgoglioso presidente della Lega Nazionale Dilettanti: dobbiamo ricordare che il calcio non è un’industria, ma un grande fenomeno sociale che determina effetti economici importanti. Un milione e mezzo di tesserati, di cui oltre un milione nel dilettantismo. Il calcio si ritrova nell’articolo 33 della Costituzione, che non parla delle grandi società di capitali e dei fondi di investimento. Non parla delle proprietà che stiamo cedendo all’estero. Ma cosa può interessare a un fondo di investimento, i risultati della Nazionale? La valorizzazione dei giovani? Tra le prime società italiane, che fatturano più di un miliardo, non c’è una squadra di calcio. L’industria è un’altra cosa". 

Sul rapporto con la politica: "La politica ha dato uno schiaffo allo sport in termini di centralità. Con tutto il rispetto per il CONI e il rammarico di chi ne ha fatto parte, la sua centralità non c’è più. Oggi il centro è Sport e Salute, e quando si vincono delle medaglie è giusto appendersele al collo, ma le medaglie le vincono le Federazioni e i loro presidenti, che pagano quando non si vince".  

Sui diritti tv: "I diritti nazionali stanno scendendo, noi di LND lo sappiamo benissimo: siamo scesi da 13,4 milioni a 10,8 milioni di euro. Abbiamo perso diritti TV, in maniera significativa, mentre quelli internazionali stanno crescendo. Il calcio sta cambiando, verso una dimensione in cui i diritti TV nazionali vengono drenati dalle competizioni internazionali".

Aggiunge Abete:  "Il CONI controllava CONI Servizi, oggi ha un budget inferiore e non ha più la gestione delle federazioni, che vanno da Sport e Salute per avere le risorse. È cambiato anche il rapporto tra CONI e FIGC: quando io ho lasciato, ho lasciato una Federazione che aveva 60 milioni di contributi e veniva riconosciuto il valore di quello che il calcio fruttava allo Stato. Ora abbiamo 35 milioni, e nel frattempo le risorse sono aumentate".