Emanuele di Savoia: "Playoff di D non valgono nulla: incoerenza da sanare"

04.04.2026 12:30 di  Redazione Tuttoreggina  Twitter:    vedi letture
Emanuele di Savoia: "Playoff di D non valgono nulla: incoerenza da sanare"
© foto di Savoia Calcio

Emanuele Filiberto di Savoia, uno degli azionisti del club campano che milita nel girone I della serie D, ha sottolineato in una nota l'assoluta incongruenza del sistema dei playoff in serie D, unica kermesse a livello mondiale e di qualsiasi sport a non mettere nulla in palio.

Scrive il principe:

"Non voglio assolutamente prendere le parti o le difese di nessuno, anche perché non conosco personalmente il Dott. Gravina, ma per quello che si legge ha dato le dimissioni dimostrando coerenza e correttezza. Se l’Italia avesse vinto, probabilmente tutta questa polemica non sarebbe nemmeno esistita. È facile puntare il dito, ma oggi la vera responsabilità è capire come risolvere i problemi. Dal dicembre 2022, insieme ai miei soci e in particolare con il mio amico Dott. Nazario Matachione, stiamo lavorando per cercare di portare il Savoia calcio nei professionisti e per proporre un modello calcistico strutturato che punta sui giovani italiani e che ho avuto modo di presentare anche a Doha. Il calcio italiano ha bisogno di una riforma vera. Non una revisione superficiale, non interventi dall’alto scollegati dalla realtà, ma un cambiamento strutturale che parta dalle fondamenta. Oggi ci troviamo davanti a un dato che non può più essere ignorato, per il terzo mondiale consecutivo l’Italia non partecipa. Questo non è un episodio, ma il sintomo evidente di un sistema che non funziona come dovrebbe. La verità è semplice, il calcio non si ricostruisce dalla cima, ma dalla base. Dai campionati dilettantistici, dai territori, da quelle categorie che ogni giorno tengono in piedi il movimento con sacrifici concreti. È lì che si formano le società, i dirigenti, i giocatori e la cultura sportiva.
La Serie D, in particolare, rappresenta il punto più alto del dilettantismo e dovrebbe essere il vero ponte verso il professionismo. Ma proprio qui emerge una contraddizione evidente che va chiarita. Nei campionati professionistici, i playoff hanno un valore reale, permettono di conquistare la promozione. Lo stesso accade nei campionati inferiori come l’Eccellenza, dove i playoff portano concretamente alla categoria superiore. Solo in Serie D questo non accade. È l’unico livello in cui i playoff non danno accesso diretto alla promozione. Sale soltanto la prima classificata, mentre tutte le altre, pur disputando i playoff, non hanno un obiettivo sportivo diretto ma solo eventuali possibilità legate ai ripescaggi.
Questo crea una frattura logica evidente, sopra i playoff valgono, sotto i playoff valgono, ma nel campionato più importante dei dilettanti no. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, dal secondo posto in poi si perde inevitabilmente parte della tensione agonistica, si abbassa la competitività e si indebolisce il senso stesso del campionato.
Non è una critica al mondo dilettantistico, ma a una regola che non ha coerenza con il resto del sistema. Ed è proprio per questo che serve un cambio di visione anche nella governance.
Oggi, se si vuole davvero riformare il calcio italiano, bisognerebbe avere il coraggio di fare una scelta chiara, affidare la guida dei livelli più alti a chi conosce davvero le basi. A chi ogni giorno gestisce i dilettanti, affronta problemi reali, costruisce società con risorse limitate e tiene vivo il sistema.
So quanto lavoro difficile e complesso svolgono ogni giorno e da anni figure come il Dott. Giancarlo Abete e l’Avvocato Luigi Barbiero, ma anche di tutti i presidenti dei dipartimenti regionali. È da competenze come le loro, radicate nella conoscenza concreta del sistema, che si dovrebbe partire. Perché se si continua a scegliere dall’alto, senza partire da chi conosce davvero le fondamenta, tutto si blocca nuovamente. Sono il primo tifoso dell’Italia, e non per fare richiami storici o celebrazioni, ma perché sulle maglie dei primi due Mondiali vinti c’era lo stemma della mia famiglia sul petto. Vorrei tornare a vederla protagonista nel calcio mondiale, capace di competere, di imporsi, di dire la sua. Abbiamo vinto quattro Mondiali, costruendo una storia che appartiene a tutti noi. Poi sono arrivate altre vittorie, altri momenti importanti, e infine un vuoto che oggi non possiamo più ignorare. Adesso bisogna ripartire. Non per guardarsi indietro, ma per capire fino in fondo le basi del problema e ricostruire da lì. Non è più il tempo delle analisi superficiali. È il tempo delle scelte".