ESCLUSIVA TUTTOREGGINA/ Possanzini: «A Pescara uno dei gol più importanti della carriera»
Alzi la mano chi non conosca Davide Possanzini: arrivato in punta di piedi nel settembre '98 dal Varese, dopo aver conquistato sul campo la promozione dalla C2 alla C1, l'attaccante di Loreto si impose con la maglia amaranto, entrando nella storia per aver contribuito a trascinare la società amaranto nella massima serie grazie ai suoi gol e ai suoi assist. E riuscendo a farle mantenere la categoria nella stagione successiva.
Possanzini è nella storia amaranto e conserva quegli anni di militanza sullo Stretto nel cassetto dei suoi ricordi. E non nasconde di provare ancora dei brividi ripensando a quel "Granillo" stracolmo, che lo inneggiava addirittura come nuovo Pelè, con tanto di coro personalizzato. Tra l'altro, la bandiera Maurizio Poli lo ha definito il giocatore più forte con cui lui abbia mai giocato.
Pochi gol, anche perché con Colomba il giocatore viene fatto giocare fuori ruolo. Ma pesanti. In B, con Gustinetti e Bolchi in panchina, impossibile dimenticare quello di Pescara, lo 0-2 che chiuse la partita. Ma anche il rigore di Cosenza, trasformato al secondo tentativo, dopo la ripetizione della prima esecuzione, tra l'altro fallita.
In vista della trasferta di Pescara, campo in cui in B la Reggina ha trovato il successo solo una volta proprio grazie a Possanzini, TuttoReggina.com ha intervistato in esclusiva uno dei più grandi idoli della tifoseria amaranto. Di seguito, le sue dichiarazioni, che ripercorrono la sua esperienza in riva allo Stretto.
Partiamo dal presente: il 9 febbraio hai compiuto 36 anni, festeggiati con la maglia della Cremonese: come ti trovi?
«Ho rescisso con il Lugano per problemi logistici fuori dal campo: anche perché stavo facendo bene e il rapporto con i ragazzi era ottimo. Credevo potesse andare diversamente, ma così non è stato. La Cremonese mi ha dato l'opportunità di giocare e di far parte di un progetto importante. Mi ha convinto il dg, Sandro Turotti, con cui ho lavorato all'Albinoleffe. Ho iniziato bene: ho segnato due gol (la doppietta nel 3-1 al Siracusa, ndr) in tre partite».
A Cremona hai ritrovato Andrea Zanchetta, collaboratore tecnico dell'Attività di Base. Ti senti ancora con qualche vecchio compagno?
«Sì, spesso. Mi sento con Ziliani, Briano, Artico, Orlandoni. L'anno scorso ho rivisto Firmani in Sardegna. Se c’è modo di beccarsi, si parla di tutto. Ed è inevitabile finire a parlare di quella splendida parentesi...».
Scaviamo nel passato: con la Reggina, 32 presenze in B corredate da 9 gol e 41 in A con 4 gol. A quale sei più legato?
«Un po' a tutti: in B, forse a quello di Cosenza per l'importanza e a quello di Pescara. Impossibile però dimenticare il gol a Bologna, che segnò la prima vittoria in A nella storia della Reggina. Oppure il gol dell'1-1 a San Siro, contro l'Inter».
Tu eri legatissimo a Gustinetti: la storia dice che il cambio con Bolchi fu indovinato. Ma lo spogliatoio come prese la sostituzione?
«Al mister Gustinetti sono legatissimo tutt'ora: con lui giocai a Lecco, poi a Reggio e poi a Bergamo con l'Albinoleffe. Credo ci fossero dei dissapori tra lui e il ds Martino. Non entro nel merito. Ma il 3-0 subìto a Verona contro il Chievo fu la goccia che fece traboccare il vaso. Bolchi ha dato lo scossone, con tranquillità ha ridisegnato la squadra, dandole più equilibrio e rendendola più guardinga: lo dimostrano i tre pareggi interni e i tre successi esterni nelle sue sei gare sulla panchina della Reggina».
Non fosti accolto benissimo...
«Arrivai alla Reggina il 15 settembre, per dare una mano, tra i mugugni dei tifosi. La squadra dopo le prime giornate era nei bassifondi della classifica e il ragazzino proveniente dalla C1 non entusiasmava. Mi volle fortemente Martino, che mi aveva visto giocare già nel marzo '98 a Varese. Quando mi avvicinò e mi disse: "Ci rivedremo presto". Mi ero attaccato a quella frase. Io ho iniziato la preparazione estiva col Varese, segnando tantissimo nelle amichevoli. Ma la telefonata non arrivava. Arrivò a settembre e io non ci pensai due volte. Sinceramente gli obiettivi della società non mi interessavano: per me e per molti altri si trattava di una vetrina importante. L’obiettivo era la salvezza tranquilla. Ma col passare del tempo avvenne qualcosa di magico. Anche grazie ai vari Artico, Tomic, Firmani e Sussi, arrivati anche loro a campionato iniziato. Ricordo tutto di quell'anno, mi sembra di averlo giocato un minuto fa».
Il gruppo fu il segreto del successo e i tifosi lo capirono...
«C'erano ragazzi con dei valori, che avevano voglia di aiutarsi e sacrificarsi. A Reggio è successo qualcosa di magico. Al Granillo eravamo sempre convinti di vincere: sapevi già che lo stadio, in quel momento in costruzione, era stracolmo. La gradinata e la curva erano strapieni. Nel sottopassaggio sentivamo la carica, l'energia dei tifosi: praticamente era come se partissimo dall'1-0».
Venerdì la Reggina torna a Pescara, dove in B ha vinto solo una volta. Con te in campo. Cosa ricordi di quel 30 maggio '99?
«Mi avevano raccontato, qualche giorno prima alla partita, dello spareggio perso all'Adriatico contro la Cremonese. Ma in quella stagione eravamo cresciuti parecchio, all'andata vincemmo 3-0 col Pescara e quindi eravamo consapevoli di poter vincere ancora. Eravamo carichi: loro ci avevano minacciato anche nel sottopassaggio, con frasi del tipo "Ti spacco le gambe", ma in quel periodo ci sentivamo forti. Nel primo tempo, subito rigore per loro: pensai "Si vede che deve andar così". Non guardai Gelsi, sentii solo il rumore del pallone sul cartellone pubblicitario. Era un segno: nel secondo tempo, cross di Firmani dal limite. In area non c’era nessuno: deviazione di Cannarsa e palla all'incrocio. lui da solo all’incrocio. E nel finale, in contropiede, segnai il definitivo 0-2».
Torino-Reggina sancì la promozione matematica, anche con il tuo zampino. Cosa provaste dopo il pari di Ferrante?
«E' la partita che ricordo di meno di quell'anno, semplicemente perché non ci capivo niente. Mi ricordo questa macchia amaranto, c'erano più di 20 mila tifosi della Reggina. Dopo il pareggio di Ferrante eravamo tranquilli, perché c'era ancora molto da giocare. Avrei preferito fare gol, ma anche il colpo di tacco per Martino fu decisivo. Tonino fece una corsa verso la tribuna est che nemmeno il miglior Bolt...».
Con tanto di polemiche del Pescara, mentre voi festeggiavate al "Granillo"...
«Col Torino non ci fu niente di losco: abbiamo giocato e abbiamo vinto. Certo, il calendario quell'anno ci fu amico, perché il Toro era già sicuro della promozione. Ma il Pescara ha poco da recriminare: lo battemmo due volte su due in quella stagione. Comunque, la festa fu fantastica: il presidente aveva organizzato un charter da Torino per arrivare subito a Reggio. Atterrammo con 20' di ritardo perché la gente aveva invaso l’aeroporto: il bus venne a prenderci direttamente in pista. C'era un fiume di gente impressionante».
Che ricordo hai della prima storica salvezza in A?
«Fu un anno particolare: avevo la pubalgia, anche se se ne parlò poco. Ho fatto tanta fatica, perché nonostante la pubalgia giocai tantissimo. Il rammarico è l'aver fatto solo 3 gol, da una punta ci si aspetta altro Anche se spesso Colomba mi faceva giocare in una posizione non mia. Ragazzi fantastici, gruppo bellissimo: ci salvammo con tre giornate d’anticipo e con tanto entusiasmo derivante dall’anno prima. Ci raggiunsero gente come Kallon, Pralija, Pirlo, Baronio: tutti ci davano per spacciati in partenza, ma mostrammo il nostro valore già all'esordio a Torino contro la Juventus».
Come prendesti il trasferimento alla Samp?
«Indubbiamente andai via con dispiacere, perché stavo bene a Reggio e la gente è fantastica. Avevo capito di non rientrare nei piani di Colomba e allora, quando la società mi fece presente dell'interesse della Sampdoria, accettai di andare via. Non fu proprio un trasferimento imposto, ma quasi. Ovviamente ci restai male. Colomba voleva una punta come Dionigi e allora venne perfezionato lo scambio con i blucerchiati. Indubbiamente, comunque, il progetto della Samp era ambizioso, visto che si puntava alla A. Se fossi rimasto a Reggio avrei giocato pochissimo, impedendo alla Reggina di portare soldi in cassa. E anche io, dal punto di vista economico, guadagnai qualcosa in più».
I tifosi amaranto però ti hanno sempre ricordato con affetto. Ti ricordi il coro sui tuoi dribbling "alla Pelè"?
«Mi ricordo tutto, sono legato a quella gente. Due anni e mezzo fa sono venuto giù col Brescia, tra l'altro abbiamo preso una scoppola pesantissima, perdemmo 4-0 scoppola. A 10’ dalla fine, i tifosi iniziarono a cantare quel coro. Ho i brividi anche adesso a raccontarlo».
In bocca al lupo per la tua nuova avventura!
«Crepi! Saluto tutti i tifosi della Reggina: l'aver fatto parte di quegli anni mi rende orgoglioso».
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