Il calcio alle prese con il Covid-19, Inghilterra: progetto campo neutro, i calciatori però hanno paura
Chi parla male di come l'Italia sta gestendo la questione Covid-19 e la relativa ripresa dell'attività sportiva prof, allora forse è da "rinchiudere" nell'astruso mondo dei di certi "giornaloni" romani, che provano a mettere benzina sul fuoco, ma senza segni tangibili di riuscita.
In Inghilterra, si lavora si per la ripresa, specialmente della Premier League, ma le incognite sono numerose. Solo qualche giorno fa, i club hanno manifestato una certa cautela, mentre si lavora alle soluzioni per una ripresa quanto più possibile in sicurezza. Ecco il punto di Gazzetta dello Sport:
"Segnarsi due date per l’immediato futuro del calcio inglese: l’8 maggio e il 12 giugno. Fra cinque giorni, nella riunione in call conference della Premier, si deciderà come e quando riaccendere la luce in campionato, sospeso il 13 marzo, con il Liverpool in testa con 25 punti di vantaggio sul Manchester City. Il 12 giugno, un altro venerdì, secondo quanto emerso nel summit del 1 maggio, potrebbe invece iniziare la volata finale delle 92 gare ancora da disputare.
Le linee guida
Sul “come” ripartire, nel vertice di due giorni fa è stata confermata la volontà di effettuare una politica massiccia di tamponi: due esami a settimana per le 20 squadre – giocatori, staff e dirigenti-, 26.000 in totale, oltre 4 miliardi di euro la spesa. Su questo fronte, è già polemica: in una nazione che ha seri problemi nei test, c’è chi solleva il problema dei privilegi del calcio. Frank Lampard, allenatore del Chelsea, ammette che questa situazione può creare qualche imbarazzo nel mondo del football inglese. C’è poi un protocollo di linee guida da seguire, a cominciare dagli allenamenti: gruppi di giocatori di massimo cinque unità; sedute a rotazione; uso delle mascherine – ci sono aziende che stanno preparando quelle speciali per gli sportivi -; divieto di uso degli spogliatoi e dei servizi igienici nei centri tecnici; quarantena obbligatoria per i calciatori al rientro dall’estero; divieto assoluto di “sputare”; massaggi consentiti solo a personale autorizzato del club.
Gli stadi
E c’è poi il “dove”, con la Premier divisa tra chi vuole giocare - naturalmente a porte chiuse - negli stadi di appartenenza e chi spinge invece per strutture neutrali, lontane dai centri cittadini e sanificate a ciclo continuo. Questa soluzione è quella più gradita alla polizia e alle autorità. Le attenzioni sono concentrati su tre impianti londinesi (Wembley, Twickenham e il London del West Ham), Amex (Brighton), St.Mary’s (Southampton), Elland Road (Leeds), Pride Park (Derby) e City Ground (Nottingham). Questa mappa consentirebbe di creare tre zone in cui concentrare le venti squadre in un ipotetico ritiro permanente: un mondiale in casa. Bisogna tenere in considerazione anche le ricezione alberghiera – ottima a Londra e nel Sud dell’Inghilterra -, gli spazi per muoversi, la qualità delle stesse strutture dove accogliere un centinaio di rappresentanti dei media, tra giornalisti e operatori: settanta legati alle tv con i diritti, trenta stampa/web.
Il business
La volontà di chiudere la stagione per salvare il salvabile è risaputa: ogni settimana di break sta costando 10 milioni di euro a ciascun club. Il ritorno parziale del business – la mancanza degli introiti da gare ha un costo pesante, il Tottenham ad esempio ci rimette cinque mln a partita – è vitale per la sopravvivenza soprattutto delle squadre minori, ma è rilevante anche per le big. Pure i ricchi infatti piangono: il Liverpool, nonostante il fatturato record dell’ultimo bilancio, potrebbe rinunciare al mercato estivo, chiamandosi fuori dalla trattativa con il Lipsia per l’acquisto dell’attaccante tedesco Timo Werner.
I calciatori
Ma bisogna poi fare i conti con la volontà dei giocatori. Sergio Aguero, re dei bomber del Manchester City a quota 254 gol, è stato il primo ad ammettere: “Molti di noi hanno paura a tornare. C’è il timore del contagio e di infettare le nostre famiglie”. Dejan Lovren, difensore del Liverpool, ha aggiunto: “A livello psicologico siamo in difficoltà. E’ stato difficile mantenere uno stato di forma accettabile in queste condizioni”. Il belga Kevin De Bruyne, che ha sollevato qualche dubbio sulla sua permanenza al Manchester City in caso di squalifica europea del club, è invece realista: “Se il calcio non riparte, sarà un problema serio”.
