IL GOVERNO DEL CALCIO NON RESTI IMPUNITO PER LA SUA COLPA PIÙ GRAVE
Quella che vedete in foto è l’ultima formazione che ha disputato una partita in un mondiale, oltretutto persa e che ci costò l’eliminazione al girone iniziale (la famosa gara del morso di Suarez a Chiellini), era il 24 giugno 2014. Duemilaquattordici. Per poter sperare di rivivere un’esperienza in una nuova competizione mondiale, bisognerà aspettare il 2030. Duemilatrenta. Sempre se riusciremo ad andarci.
Chi scrive può vantarsi, nel suo piccolo, di aver vissuto, da tifoso e spettatore, una vita calcistica estremamente fortunata insieme alla sua generazione: oltre naturalmente ai nove anni della Reggina in serie A (da reggino), aver visto vincere due mondiali è, evidentemente, divenuto un privilegio per pochi; nella mente resta scolpito soprattutto il successo nel mondiale spagnolo, con gli occhi di un bambino che vede trionfare la sua nazionale con Argentina, Brasile e Germania per poi sfilare con suo papà e migliaia di persone in strada tra bandiere e trombette.
Ed è proprio ai danni dei nostri figli che ricade la colpa più grave, indegna ed imperdonabile del sistema calcio italiano, che non consentirà ad un’intera generazione di bambini e ragazzi di poter provare un tipo di emozione che, una volta adulti, non potrà avere lo stesso sapore e sarà impossibile da risarcire: ma osservando le prime reazioni da parte di chi di dovere, appare vergognosamente lampante di come sedici anni senza un mondiale neanche disputato non causi alcun imbarazzo, né tantomeno rimorso, in un paese in cui l’assunzione di responsabilità, a tutti i livelli, è diventata una chimera.
Proprio prendendo a riferimento il mondiale del 1982, l’allora mitico presidente Sordillo, che raccolse ciò che restava di un calcio devastato dal primo grande scandalo legato al calcioscommesse, portandolo in soli due anni, tra lo scetticismo generale, a vincere un incredibile ed imprevedibile titolo mondiale, nel 1986 non esitò un attimo a rassegnare le dimissioni dopo la sconfitta agli ottavi di finale contro la Francia di Platini. La Francia, non la Bosnia (con tutto il rispetto possibile). Altri tempi, altri uomini, altra etica.
Quarant’anni dopo siamo invece costretti ad assistere alla conferenza stampa più surreale che occhio umano ricordi, in cui dopo la mancata qualificazione, da n.12 del ranking, ai primi mondiali allargati a 48 squadre, ad opera di chi occupa la 71ma posizione, non solo non vengono pronunciate le uniche due parole possibili, vale a dire “scusate” e “dimissioni”, ma tocca sentire parlare di eroi, sintonia e progressi, tanto da far pensare di essere stati improvvisamente catapultati in un universo alternativo per un sortilegio del Dr Strange.
In qualsiasi società o impresa, risultati produttivi deficitari comportano l’azzeramento dei vertici aziendali, con conseguenze reputazionali e professionali pesantissime per chi si è dimostrato incapace di gestire; il presidente di una federazione che di mondiali ne ha falliti ben due consecutivamente continua invece a vivere come l’ultimo giapponese sull’isola di Lubang, nonostante otto anni di disastri dei quali quanto accaduto ieri sera rappresenta semplicemente la cartina di tornasole di una gestione complessivamente rovinosa.
Così come appare altrettanto risibile la scelta di rimettere ogni decisione a quel consiglio federale, diretta espressione di un mondo marcio che solo un anno fa, come se nulla fosse, lo ha rieletto con percentuali bulgare: un mondo in cui non si è vista traccia di mezza riforma che sia mezza, eccezion fatta per l'utilissimo e rivoluzionario impiego di palloni arancioni in serie A, dove i migliori club prendono schiaffoni a livello europeo ma intanto vanno a disputare trofei in medio oriente piuttosto che creare spazi per la nazionale e che, restando alle nostre latitudini, condanna a morte squadre per colpe paragonabili, visto il contesto, ad un furto di merendine mentre, contemporaneamente, consente ad altri di disputare i propri campionati con penalizzazioni di oltre 20 punti.
Se questo paese vuole mantenere solo una parvenza di serietà e dignità non esiti, attraverso il maggior organo sportivo italiano, a commissariare immediatamente il governo del calcio per salvarlo da sé stesso, ma soprattutto a pensare ad una svolta che sia vera ed efficace, lontana da logiche legate unicamente a profitti e privilegi: sogniamo una Figc guidata da un Roberto Baggio o un Alessandro Del Piero, ma viene il sospetto di essere probabilmente ancora intrappolati nel multiverso.
