Il famoso faccendiere Luigi Bisignani chiede a Lotito di mollare la Lazio: "Una squadra senza il suo popolo perde l'anima"
In casa Lazio c'è pieno subbuglio attorno alla figura di Claudio Lotito e l'interessamento del patron per il futuro della Reggina ha ulteriormente mandato su tutte le furie la tifoseria, che ha annunciato una fortissima contestazione.
Nei giorni scorsi, un influente laziale doc, Luigi Bisignani, ha chiesto a Lotito di lasciare il club e la sua lettera ha mandato in subbuglio l'ambiente biancoceleste. Scrive Bisignani su Il Tempo:
"Ave, Caesar, morituri te salutant". È questo il clima che si respira oggi attorno al Lazio. Claudio Lotito si trova a un bivio: scegliere se essere Nerone, guardando tutto bruciare, oppure Cincinnato, il dittatore romano che, dopo aver salvato la città, ebbe la saggezza di tornare ai suoi campi. Lotito non ama ascoltare. Ma se c'è una voce che probabilmente avrebbe ascoltato, sarebbe stata quella di Silvio Berlusconi. E lo dico, apprezzando l'intelligenza del patron della Lazio sin dai giorni cruciali del salvataggio nel 2005, insieme a Gianni Letta e Maria Teresa Armosino. Cosa consiglierebbe oggi il Cavaliere? Probabilmente gli ricorderebbe che una squadra senza il suo popolo perde l'anima, come un canale televisivo senza spettatori. Perché uno stadio senza tifosi è come un tempio senza fedeli.
La rivolta silenziosa della tifoseria, con l'Olimpico sempre più vuoto e il rifiuto di sottoscrivere abbonamenti, ha finito persino per contagiare Torino. Ed è una deriva pericolosa. Perché se la frattura tra proprietà e tifoserie si allarga, il rischio non riguarda più soltanto la Lazio, ma l'intero calcio italiano, ormai non più competitivo in Europa e sempre meno attraente sul mercato televisivo internazionale. Perché i supporter non sono solo folklore. Sono il capitale umano di una società, il principale patrimonio immateriale, fatto di identità, continuità, domanda e valore economico.
(...) Nessuno può cancellare i meriti dell'era Lotito con i molti titoli conquistati, ma il problema oggi non è se Lotito deve vendere oppure no. Il problema è che non sembra più in grado di interpretare e alimentare l'ambizione collettiva che un grande club dovrebbe incarnare. Nella percezione pubblica, infatti, la Lazio si è progressivamente identificata con il suo presidente, finendo per restringere il proprio orizzonte narrativo. La narrazione non è più la Lazio, la sua storia, la sua aquila - che si chiami Olimpia o Flaminia - e il suo popolo. È diventata cronaca permanente: Lotito contro tutti. Contro la Lega, contro la Figc, contro i giornalisti, contro gli arbitri. E questo, alla lunga, soffoca il club.
il tifoso, nel calcio moderno, non deve essere un fastidio da gestire. È il primo asset emotivo, commerciale e reputazionale. Se una parte così ampia della comunità vive una frattura permanente con la società, non si può liquidare tutto dicendo che «i tifosi non capiscono». Un grande club ascolta, coinvolge, ricuce.
Lotito, ben cosciente della situazione, dovrebbe compiere un gesto di umiltà e visione. Invece di chiudersi nel suo fortino sull'Appia, farebbe bene a chiamare accanto a sé protagonisti competenti per capire come ripartire. Attorno alla Lazio esiste, infatti, un mondo economico serio, competente e profondamente biancoceleste. Ci sono, tra gli altri, Masi e Maiolini della Banca del Fucino, Nattino di Finnat, Ferranti di Mediocredito Centrale, il direttore generale del Mef Soro. Deloitte e altri protagonisti potrebbero aiutare a individuare una soluzione sostenibile, magari coinvolgendo un fondo internazionale.
La rilevanza della Lazio per Roma e il suo potenziale di crescita nazionale ed europea meriterebbero di riunire queste energie attorno a un tavolo comune. Un confronto tra imprenditori, manager e finanzieri biancocelesti potrebbe favorire la definizione di un progetto condiviso di sviluppo sportivo e societario. Pensare che oggi il peso economico di un club di Serie A possa essere sostenuto da una sola famiglia è un'idea romantica. Lotito in passato rifiutò un'offerta da 450 milioni di euro presentata da Enrico Monti di JP Morgan; ora evitare dovrebbe di ripetere l'errore già visto con la Salernitana, che alla fine fu ceduta a condizioni nettamente meno favorevoli di quelle iniziali.
La Lazio non può accontentarsi di sopravvivere: deve tornare a essere Lazio, elegante e vincente, all'altezza della sua aquila cucita sulla maglia. Un club più grande di chi lo guida, anche quando quel presidente l'ha salvata e le ha regalato pagine indimenticabili. «Tempora mutantur, et nos mutamur in illis»: cambiano i tempi e noi cambiamo con essi. La vera grandezza, anche nel calcio, sta nel saper cambiare al momento giusto".
LUIGI BISIGNANI, L'UOMO CHE SUSSURRA AI POTENTI - La lettera di Bisignani non è esattamente quella di un laziale comune. Bisignani ha una storia molto articolata e tortusoa lle sue spalle.
Classe 1953, milanese laureato in economia, figlio di un dirigente della Pirelli, fratello del futuro ad di IATA, Alitalia e Tirrenia, Bisignani è un personaggio dalle mille vite. Il magazine policymakermag.it ha tracciato una breve sintensi della sua vita:
“Ha sempre negato l’appartenenza alla P2, quella classica, eppure le carte e la tradizione orale gli attribuiscono la tessera 1689 e la qualifica di reclutatore”, scriveva Gianni Barbacetto in uno dei tanti ritratti di Bisignani disponibili online, intitolato L’uomo che collega. “Nel 1981, quando Giuliano Turone e Gherardo Colombo scoprirono a Castiglion Fibocchi gli elenchi della loggia segreta di Licio Gelli, il ragazzo aveva solo 28 anni. Brillante giornalista dell’Ansa” fu “precoce capoufficio stampa del ministro del Tesoro Gaetano Stammati (piduista) nei governi Andreotti degli anni Settanta”.
In quel periodo, ricostruiva Bruno Manfellotto sull’Espresso, Bisignani andava a trovare ogni mattina “prima Giulio Andreotti nello studio di piazza in Lucina” – uno dei pochi a non dover bussare, pare – “e poi uno dei capi della massoneria, Licio Gelli, nel suo appartamento all’Excelsior: dava informazioni, ne riceveva in cambio, a sua volta le distribuiva altrove. È sempre stato questo il suo mestiere, il suo potere. Un tesoro gestito con accortezza, furbizia e buona memoria”
Già nelle grazie di Raul Gardini, all’inizio degli anni Novanta lascia l’Ansa per occuparsi delle relazioni del Gruppo Ferruzzi – Montedison. Ruolo in cui si farà latore della tangente Enimont, certificato da una condanna a due anni e otto mesi in Cassazione, che gli valse anche la radiazione dell’ordine dei giornalisti nel 2002.
Dopo la stagione Ferruzzi e le vicende giudiziarie di Tangentopoli, Bisignani riemerge nei vertici del gruppo tipografico ILTE-Pagine Gialle, di cui negli anni Duemila risulta vicepresidente esecutivo per le attività internazionali. E all’alba del nuovo millennio si trova nell’orbita giusta, cioè quella di Berlusconi, dove trova la sua consacrazione definitiva come uomo potente, avvolto quasi da un alone leggendario.
Stimato (e quindi raro) interlocutore di Gianni Letta – c’è chi insinua persino che fosse più importante di lui o addirittura del Cavaliere – diventa consulente ombra di Palazzo Chigi, grazie a uno sterminato network di relazioni, che tocca tutti i gangli del Paese, dai vertici delle partecipate agli uomini di partito, dai generali ai ministri e ai finanzieri. Esagerazioni o no, il suo nome ritorna anche nella vicenda giudiziaria legata alla cosiddetta P4, con una nuova condanna, resa definitiva dalla Cassazione nel 2012, dopo il patteggiamento.
Giallista per passione, fondatore e già presidente della Four Consulting, oggi è editorialista del Tempo
