L'omone con il cappelino e quell'ordine mantenuto svanito nel nulla

 di Antonio Paviglianiti Twitter:   articolo letto 2556 volte
L'omone con il cappelino e quell'ordine mantenuto svanito nel nulla

«Papà, ma chi è quell'omone con il cappellino?» «Lavora dietro le quinte, è quello che in campo sarebbe il cervello della squadra. Dietro la scrivania è il motore della società.» Una domanda ingenua fatta da chi la Reggina -  causa anagrafica - ha iniziato a seguirla nel periodo di suo massimo splendore, la serie B volava via e l'amaranto diventava il colore dominante della città di Reggio Calabria: panchine, lampioni, facciate delle case. Ogni suo angolo aveva quella sfumatura d'amaranto, l'esaltazione, la fibrillazione di una città mai stata così in alto.

Un colpo al cuore, ripensarci oggi. Un colpo al cuore vedere una città sommersa dai rifiuti, non aver più alcuna tinta amaranto ma una varietà di colori che poco hanno a che fare con la città di Reggio Calabria. Un colpo al cuore, pensare oggi, che la spinta finale verso il baratro te la può dare (metaforicamente, ndr.) chi a questa causa, per questa maglia, per questo vessillo, ha speso l'intera vita. Il Modena vanta un team-manager, un segretario, un uomo di spessore. Franco Iacopino, l'omone con il cappellino, colui che fu il collante di un puzzle fin troppo perfetto, una macchina così bella da far invidia alle case automobilistiche. Portare la Reggina nell'Olimpo del calcio, una piccola realtà del profondo Sud, la punta di uno Stivale mai preso in considerazione dai piani alti.

Erano anni in cui la parola programmazione era l'incipit dei campionati: si partiva da lì, guardando lontano, senza forzare la mano. C'erano gli uomini giusti al posto giusto, uomini prima che professionisti che si sono spesi per la causa amaranto. Il presidente Foti da supervisore, dormiva sonni tranquilli. Nelle mani di Franco Iacopino, nel fiuto per le giovani promesse di Martino. Tutto filava liscio come l'olio. Poi, improvvisamente, dall'esaltazione di un miracolo calcistico alla superbia di esser un superuomo dannunziano.

Pian piano, il puzzle si è via via disintegrato. Le radici di quest'ultima annata non nascono ad agosto, non nascono dal mercato e dall'impegno profuso. Nascono dalla voglia di esser soli al comando per poi chiedere aiuto quando la nave è andata ormai alla deriva. Nasce dall'aver mandato via, giorno dopo giorno, componenti fondamentali di una famiglia. E, oggi, ritrovarsi così, impotenti di fronte alla storia che fa il suo corso.

La presenza di Franco Iacopino in questo periodo sarebbe risultata essenziale. Pensate che magari vent'anni fa divergenze di vedute non ve ne fossero? Impossibile, come in ogni grande famiglia che si rispetti, i diverbi sono all'ordine del giorno. Ma la bravura sta nel non farli trapelare, nel lavare i panni sporchi nella lavanderia chiamata casa. Non rendere di dominio pubblico gli attriti interni, di mettere a tacere ogni voce che possa compromettere l'armonia del posto di lavoro.

Oggi, tutto questo non c'è più. Oggi Franco Iacopino se lo godono gli altri e noi, qui inermi, lo vorremmo nuovamente al suo posto, a sbrigar scartoffie e mantenere l'ordine, a rendere la Reggina quella stella nel firmamento del calcio meridionale. Tutti questi pensieri fanno male, ma il dolore si accentua quando capisci che persone innamorate di questa realtà devono viverla da lontano e vederla soffire, così maledettamente soffrire, nel suo anno speciale, quello delle cento candeline, quello che tra ventanni dovrai ricordare a tuo figlio ma che rischia di esser bagnato da lacrime amare, per quel che è stato, per quel che sarebbe potuto essere.